22 July 2019

Appalto e somministrazione: indici rivelatori della intermediazione


Si configura intermediazione illecita ogni qual volta l’appaltatore metta a disposizione del committente una prestazione lavorativa, rimanendo eventualmente in capo a lui, datore di lavoro, i soli compiti di gestione amministrativa del rapporto – quali retribuzione, pianificazione delle ferie, assicurazione della continuità della prestazione – ma senza una reale organizzazione della prestazione stessa, finalizzata ad un risultato produttivo autonomo.


La Corte d’appello di Roma ha respinto l’appello, confermando la pronuncia di primo grado con cui era stata dichiarata l’illiceità dell’appalto tra X e Y. La Corte di merito ha ritenuto che, ai sensi dell’art. 20, comma 3, lett. g) del D.Lgs. n. 276 del 2003, la gestione dei call center rientrasse tra le ipotesi tipiche di somministrazione di lavoro; ha desunto da tale previsione l’eccezionalità del ricorso all’appalto per la gestione dei call center, addossando di conseguenza al committente l’onere di dimostrare i requisiti di configurabilità dello stesso, in particolare l’esercizio del potere organizzativo e direttivo non limitato alla gestione del personale ma esteso al contenuto professionale della prestazione. Ha così accertato, in base all’istruttoria, che l’attività di call center fosse svolta dai dipendenti in locali e con mezzi messi a disposizione da X; che nei medesimi locali lavorassero dipendenti X addetti al call center; che la appaltatrice metteva a disposizione solo il personale “con conseguente evanescenza del rischio d’impresa, anche in considerazione della previsione di un corrispettivo fisso fino ad una certa quantità di telefonate”; che non era dimostrato l’utilizzo dei dipendenti Y, in conformità alle previsioni del contratto di appalto, nei soli casi in cui i lavoratori della società X fossero occupati oppure al di fuori dall’orario di lavoro dei medesimi.
Ha ritenuto non dimostrato che l’appaltatrice esercitasse un potere organizzativo e direttivo sui propri dipendenti impiegati nell’appalto ed ha anzi accertato che le modalità di svolgimento dell’attività comportassero inevitabilmente l’esercizio da parte della società X del potere organizzativo e direttivo sui dipendenti Y, inseriti logisticamente e funzionalmente nell’organizzazione dalla stessa predisposta per il funzionamento del call center, come peraltro documentalmente confermato dalla trasmissione di istruzioni da X a tutti gli addetti al call center, dipendenti anche di Y e dalla identica sottoposizione di tutti i lavoratori a controlli sul contenuto dell’attività svolta. Contro tale sentenza X ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi.
I due motivi di ricorso sono infondati. A prescindere infatti dalla erroneità in diritto della tesi esposta nella sentenza impugnata sulla presunzione semplice di illegittimità dell’appalto per i call center, la decisione dei giudici d’appello poggia su un accertamento in fatto motivato in base all’istruttoria svolta, non censurabile in sede di legittimità, e risulta conforme ai principi enunciati dalla Corte di cassazione sul discrimine tra appalto e somministrazione, di cui all’art. 29, D.Lgs. n. 276 del 2003.
Il legislatore delegato se, da un lato, ha consentito che l’appaltatore, in relazione alla peculiarità dell’opera o del servizio, possa limitarsi a mettere a disposizione dell’utilizzatore la propria professionalità, intesa come capacità organizzativa e direttiva delle maestranze, a prescindere dalla proprietà di macchine ed attrezzature, dall’altro ha ritenuto imprescindibile ai fini della configurabilità dell’appalto lecito che sia l’appaltatore stesso ad organizzare il processo produttivo con impiego di manodopera propria, esercitando nei confronti dei lavoratori un potere direttivo in senso effettivo e non meramente formale. Ne discende che, anche per gli appalti stipulati nella vigenza del richiamato decreto legislativo, opera il principio, ripetutamente affermato in Cassazione, secondo cui si configura intermediazione illecita “ogni qual volta l’appaltatore metta a disposizione del committente una prestazione lavorativa, rimanendo eventualmente in capo a lui, datore di lavoro, i soli compiti di gestione amministrativa del rapporto, ma senza una reale organizzazione della prestazione stessa, finalizzata ad un risultato produttivo autonomo”.
Secondo la Cassazione, dunque, la decisione dei giudici di appello si pone in linea con i citati precedenti di legittimità e si sottrae alle dedotte censure di violazione di legge; il ricorso deve essere dunque rigettato (cfr. Cass. Ordinanza n. 18554/2019).