19 September 2019

Rendita vitalizia per i contributi omessi e prescritti: focus sui profili istruttori dell’istanza


Come noto, la costituzione della rendita vitalizia (art. 13, L. n. 1338/1962) consente, previa esibizione di prove rigorose, di versare un onere a copertura dei periodi di lavoro la cui contribuzione sia stata omessa e non sia recuperabile per il decorso dei termini di prescrizione. Orbene, con circolare n. 78/2019, l’Inps fornisce chiarimenti in merito all’istruttoria delle relative istanze, oltre ad un breve riepilogo delle norme che regolano l’istituto.


La costituzione della rendita vitalizia presuppone una omissione contributiva in relazione all’obbligo assicurativo per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti (IVS), che non sia più suscettibile di recupero da parte dell’Inps per maturata prescrizione. Oltre che ai rapporti di lavoro subordinato, l’istituto in parola è esteso a:
– familiari coadiuvanti e coadiutori dei titolari di imprese artigiane e commerciali;
– collaboratori del nucleo coltivatore diretto, diversi dal titolare, e collaboratori dei nuclei colonici e mezzadrili;
– coloro che pur essendo soggetti al regime di assicurazione obbligatoria nella Gestione separata, non sono però obbligati al versamento diretto della contribuzione, perché la propria quota è trattenuta e versata direttamente dal committente.
Tanto premesso, ai fini della costituzione di rendita vitalizia è necessario che siano presentati documenti di data certa dai quali possa evincersi l’effettiva esistenza del rapporto di lavoro, nonché la sua natura. La documentazione deve essere redatta all’epoca dello svolgimento del rapporto di lavoro o anche in epoca successiva, purché risalente rispetto all’epoca della domanda di rendita vitalizia,. Quale che sia la documentazione (a titolo esemplificativo, libretti di lavoro, benserviti, libri paga, etc.), essa deve avere sempre precisi requisiti di forma e di contenuto, al fine di evitare la costituzione di posizioni assicurative fittizie. In sostanza, l’esistenza del rapporto di lavoro deve apparire non verosimile, ma certa. La documentazione, datata e debitamente sottoscritta da colui che ne è l’autore, deve essere completa in ogni sua parte ed integra, priva di abrasioni, alterazioni o cancellazioni. Le dichiarazioni ora per allora non sono idonee a provare l’esistenza del rapporto di lavoro. La documentazione deve essere presentata in originale o copia debitamente autenticata da pubblico ufficiale. Non sono utilizzabili le attestazioni di conformità all’originale redatte dall’interessato, dal datore di lavoro o da altri soggetti privati. È ammessa tuttavia la dichiarazione sostitutiva del fatto che la copia di un atto o di un documento conservato o rilasciato da una Pubblica Amministrazione o la copia di titoli di servizio siano conformi all’originale.
L’omissione contributiva va dimostrata però fornendo anche la prova dell’effettivo svolgimento della prestazione lavorativa nel periodo per cui si chiede la costituzione della rendita, della qualifica posseduta e della misura della retribuzione. Fermo restando la prova dell’esistenza del rapporto sulla base di documenti aventi data certa, gli aspetti della durata, continuità della prestazione lavorativa e qualifica, possono essere dimostrati anche con “altri mezzi di prova”, tra i quali la testimonianza. Il testimone deve rappresentare fatti oggetto della propria percezione diretta e dunque deve anche attestare le ragioni di come sia venuto a conoscenza di tali fatti in modo da offrire elementi di riscontro. Possono essere valutate le dichiarazioni rilasciate da:
– dipendenti di appartenenza regolarmente assicurati nel periodo per il quale rendono testimonianza;
– datore di lavoro;
– familiari che siano titolari o collaboratori nell’impresa nel periodo oggetto di riscatto.
La dichiarazione testimoniale deve essere resa, con piena assunzione di responsabilità, anche di natura penale, dichiarando eventuali rapporti di coniugio, unione civile o convivenza, parentela, affinità, affiliazione, dipendenza con la parte interessata ovvero eventuali interessi nei fatti sui quali rende la propria dichiarazione. In ogni caso, la testimonianza non può essere utilizzata per provare la retrodatazione dell’inizio o la posticipazione della fine di un rapporto di lavoro, allorquando il documento che ne prova l’esistenza indica in modo non equivoco la data di inizio e fine.
Nel contesto dell’istruttoria di rendita vitalizia non è comunque possibile riconoscere l’esistenza o la durata di un rapporto di lavoro o della prestazione lavorativa che siano stati già oggetto di disconoscimento in sede ispettiva.
I criteri introdotti devono essere applicati a:
– domande ancora giacenti alla data del 29 maggio 2019 (data di pubblicazione della circolare n. 78/2019), oltre che, naturalmente, a quelle presentate in data successiva. Eventuali domande già respinte possono essere riesaminate su richiesta degli interessati presentata nei termini di legge;
– ricorsi amministrativi pendenti alla predetta data.